Con o senza rima

Tutto torna

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Il piede affonda appena sulla banchina del 38 a Piazza dei Cinquecento. In cielo neppure una nuvola, nessun segno che possa indurre a pensare che abbia piovuto. Ma lo starnazzare minaccioso di stormi hitchcockiani nascosti (per così dire) tra gli alberi e l’odore acre del guano fanno rimpiangere l’ombrello lasciato a casa.

Cerco di puntare dove l’asfalto si vede ancora e, balzo dopo balzo, mi dirigo verso la stazione Termini, insieme al resto del branco di antilopi saltanti.

Varcate le grandi porte mi faccio strada in mezzo alla folla. Mi insinuo fra comitive di turisti smarriti e li sorpasso, con salti olimpionici scavalco zaini enormi che hanno attraversato l’Atlantico e già visto mezza Europa, serpeggio fra i pendolari decelerati che sanno di aver perso il treno, infine devio con uno zigzag un paio di malintenzionati che tentano di placcarmi. Il tutto nell’indispensabile apnea che segue una giornata che è stata per tutti di lavoro sudato, letteralmente.

E ci siamo. Davanti a me, e ad un centinaio di altre persone, l’enorme tabellone delle partenze. Le caselle cominciano a ruotare all’impazzata e appare un treno per Napoli – in molti collezionano le loro cose e si dirigono verso il binario 7. Nel frattempo altri viaggiatori si uniscono a noi. Per qualche minuto le caselle restano immobili. L’attesa cresce, poi di nuovo girano ed ecco che un altro gruppo, stavolta più sparuto, si allontana facendo posto ai nuovi arrivati.

Improvvisamente la voce metallica dagli altoparlanti annuncia che “il treno per Albano Laziale è in partenza dal binario 24”. Solo allora mi accorgo che in un angolo del tabellone il mio treno è già indicato. L’avevo forse rimosso? Forse il cervello aveva rifiutato di recepire quell’informazione? Possibile, perché chiunque ha preso un treno per i Castelli Romani sa che il binario 24 è ai cosiddetti “Laziali” e soprattutto sa che è così lontano che di fatto è un’altra stazione. Una succursale di Termini. Non solo, se la voce ha detto che il treno è in partenza significa che ho meno di cinque minuti per salire a bordo. Non resta che tirar fuori la divisa da donna bionica.

Scavalco qualche passante attempato. Schizzo via davanti alla polizia ferroviaria come un borseggiatore tallonato. Evito per poco una crisi alimentare quando manco un carrello con panini e bevande destinato ad un Eurostar. Finalmente arrivo davanti al deposito dei bagagli, lì dove inizia quel marciapiede che corre a perdita d’occhio fino ai “Laziali”. Catapultata in un esercizio di prospettiva, mi preparo a lanciarmi verso il punto di fuga.

Stavolta il binario è sgombro, o quasi. Biglietto da vidimare già in mano. Posizione aerodinamica. Schiena bassa. Testa in linea con le spalle. Braccia piegate, serrate lungo i fianchi. Parto.

Dopo cinquanta metri, con falcata sgraziata ma efficace, supero un paio di pendolari. Piegati su se stessi cercano di riprendere fiato. E’ inutile. Passeranno qui la notte. Sghignazzo senza pietà. Ma poco. O mancherà il fiato anche a me. L’importante è che mi vedano mentre rido di loro.

Continuo a correre. Lo sguardo è fisso sull’orologio nero appeso ad una colonna.

Altri cento metri. Annaspo. Un pugno alla milza. Un altro ancora. Ma potevo iscrivermi in palestra? Mi raggiunge un carrello snodabile pieno di bagagli e lo guardo mentre mi passa davanti. In confronto, sto correndo su un tapis-roulant. Se ne accorgono anche i due uomini arancione a bordo che ridono di me. Meschini. Tutto torna. Ma forse li hanno mandati i due pendolari piegati. Tutto torna davvero. Mi pento, ma non mi fermo. Non ora. La mia milza sarà pure un pallone, ma il punto di fuga è sempre più vicino. Il biglietto pronto da vidimare sta ormai stingendo nella mano sudata. Rallento un poco, me lo posso permettere, sono quasi arrivata, lo faccio solo per questo. Altrimenti potrei andare avanti così per ore.

Gli ultimi metri sono i più difficili. Psicologicamente, è chiaro. Mi sembra di vedere le porte che si chiudono davanti a me. Le visualizzo. Per un attimo la fantasia diventa realtà. Ma ce la faccio. Timbro il biglietto e salgo sul treno.

Riprendo fiato, con dignità. Tutti mi guardano ma so che presto il rossore acceso sulla faccia si stempererà e intanto mi siedo. Poi la voce metallica dagli altoparlanti annuncia:

“Siamo spiacenti di informare i signori viaggiatori che a causa di un guasto improvviso sulla linea per Ciampino il treno diretto ad Albano Laziale subirà un ritardo di circa 30 minuti.”

Tiro fuori un libro e comincio a leggere facendo finta di nulla. Cinque minuti dopo i due pendolari piegati, rosati e riposati si siedono davanti a me.

Slawka G. Scarso

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